E’ l’agenzia Nuova Cina, voce ufficiale del governo di Pechino, ad ammettere per prima che morti ci sono stati, durante gli scontri degli ultimi giorni: “Più di una decina”. Ma l’agenzia attribuisce la responsabilità delle morti ai dimostranti. “Sono stati bruciati vivi - racconta l’agenzia - all’interno dei negozi saccheggiati”. Tra i morti, infatti sarebbero numerosi i gestori dei negozi dati alle fiamme, e almeno due lavoratori di un albergo anch’esso attaccato dai dimostranti. Di tutt’altro verso la versione che arriva dal nord dell’India, dove il lgoverno in esilio del Tibet ha la sua sede: “I morti sono centinaia, e le strade sono piene dei cadaveri dei dimostranti su cui la polizia cinese e le forze speciali hanno aperto il fuoco”. Nonostante questo, dicono i monaci che da giorni guidano le proteste, la marcia verso il Tibet continuerà. “Le proteste coraggiose dei tibetani in Tibet - dice Chime Youngdrung, presidente del partito nazionale democratico del Tibet - ci hanno reso ancor più determinati nel voler continuare questa marcia e portarla a termine. Poichè siamo testimoni di una escalation di violenze da parte del governo cinese a Lhasa, crediamo che sia importante per noi ritornare a casa per riunirci con i nostri fratelli e sorelle che stanno combattendo per sopravvivere sotto l’occupazione cinese”. Dal Dalai Lama, un appello alle autorità cinesi per il dialogo e alle autorità internazionali per una inchiesta super-partes: “Queste proteste - ha sottolineato la guida spirituale tibetana - sono una manifestazione del radicato risentimento del popolo tibetano sotto l’attuale governo. Mi appello ai dirigenti cinesi perché smettano di usare la forza e affrontino tale risentimento attraverso il dialogo con il popolo tibetano. Come ho sempre detto, l’unità e la stabilità ottenuti dalla violenza bruta possono al massimo essere una soluzione temporanea. E’ irrealistico aspettarsi unità e stabilità sotto un simile governo e questo non contribuirà a trovare una soluzione pacifica e durevole”. Notizie confuse e contraddittorie continuano ad arrivare dal Tibet, come sempre accade quando le voci devono filtrare attraverso le maglie di una pesantissima censura come quella imposta dal governo cinese.
Quel che è certo, è che la strategia di Pechino nell’affrontare le rivolte popolari è cambiata. Nello Xingjiang, la regione ai confini con l’Afghanistan dove a ribellarsi è la popolazione musulmana, si utilizzano gli idranti per sedare le proteste. In una zona dove la temperatura può arrivare a 12-15 gradi sotto lo zero la folla vinene circondata, inzuppata e lasciata congelare in strada in modo da attribuire i decessi alle rigide temperature, in Tibet si spara ad alzo zero per le strade.
Proprio nei giorni in cui, da Washington, la Cina viene depennata dalla lista nera dei paesi che violano gravemente i diritti umani.
fonte: peacereporter